Archivio mensile:febbraio 2013

Siena capitale europea della cultura 2019

Analisi spietata dei problemi di una città e loro risoluzione con la cultura, con un approccio che coinvolga tutta la cittadinanza e garantisca una dimensione pienamente europea. Sono questi concetti, pochi ma tutt’altro che banali, a rappresentare l’ossatura e il senso della Capitale Europea della Cultura, dalla candidatura allo sviluppo del progetto fino alla realizzazione vera e propria.

A differenza di quanto si possa comunemente ritenere, la designazione non è un premio o un riconoscimento al passato storico, artistico o culturale di una città e pertanto è tutto meno che una serie di grandi eventi o attrazioni eccezionali che comportino la messa in mostra dei gioielli di famiglia con la conseguente attrazione di un gran numero di turisti. All’opposto, diventare Capitale Europea della Cultura significa avere la possibilità di affrontare i problemi veri di una città e di un territorio, di metterli sul tappeto e di trovare le soluzioni all’interno della comunità stessa. Nel caso di Siena, la fine di un’economia di rendita e il declino verso un decadente museo a cielo aperto dovrebbero essere lo stimolo a modificare il nostro sistema produttivo, a diventare la rampa di lancio per il settore culturale e creativo, con molteplici incubatori di impresa ed eccellenza.

Parlare di crescita con la cultura, ovviamente, non può prescindere dal retaggio cittadino, dalla cultura di democrazia, partecipazione e memoria storica che a Siena si esplica con le contrade e conseguentemente nella quotidiana partecipazione al patrimonio della città e al suo mantenimento nel tempo. Anche il Santa Maria della Scala, nella sua duplice veste di ospedale e museo, può rappresentare un esempio e un’ispirazione, se si considera il nuovissimo concetto di welfare culturale e i suoi impatti nella qualità della vita dei cittadini: la creatività non deve essere pensata solo come motore di sviluppo economico ma come un vero e proprio asset economico e sociale. Numerose sono le testimonianze sui molteplici effetti benefici, materialmente quantificabili, dell’industria creativa (non solo le imprese culturali, ma tutto il sistema che ruota intorno alla produzione di creatività e innovazione),utilizzando come parametri persino la speranza di vita, la mortalità e l’ospedalizzazione.

La cultura di cui parliamo non è un concetto astratto ed elitario, uno svago per pochi, ma un vero indice sociale, il cui accesso e partecipazione è direttamente proporzionale alla qualità della vita e al benessere di un’intera comunità.

Pensare alla città, a quello che siamo e a quanto ci caratterizza, non può far dimenticare la dimensione e l’orizzonte europeo, entro il quale va costruito il progetto di Capitale della Cultura. Benché in parte trascurato dalle città vincitrici degli ultimi anni, quest’ultimo punto deve inserire Siena in un contesto ben più ampio di quello nazionale (o peggio, provinciale, comprendendo anche l’accezione negativa del termine) e renderla un centro di eccellenza, in cui artisti e professionisti giungono perché attratti dall’unicità di quello che qui possono trovare e sperimentare. I Paesi europei e non (a partire dal 2020 verranno coinvolte anche città extra-UE) dovranno essere pertanto invogliati e sollecitati ad inviare qui le loro eccellenze, costruendo una rete di contatti e competenze che favoriscano la mobilità da e verso Siena, secondo un binario bidirezionale che favorisca la crescita della città e dei suoi punti di forza.

Sintetizzando, l’obiettivo di questo progetto altro non è che la tutela e la promozione di quanto di bello ed unico Siena ha prodotto e non è stata in grado di accompagnare: agganciandoci e partecipando al treno europeo della cultura, della creatività e dell’innovazione, potremo rendere questa città un’autentica avanguardia di sviluppo e, forse, semplicemente giustificare ad un giovane senese la permanenza dopo e durante il percorso formativo, senza la paura di vedersi le ali tarpate da un contesto vecchio e in rapido declino.

I programmi sono tutti uguali, i candidati no!

In questi giorni la politica locale è oggetto di uno strano fenomeno di omologazione. Leggendo i giornali e navigando nel web si può facilmente constatare che i cinque dichiarati aspiranti sindaci (compreso il sottoscritto) e l’aspirante (non ammesso) candidato alle primarie del centrosinistra dicono e scrivono tutti più o meno le stesse cose. Nuove costruzioni? Poche e con giudizio, no ad ulteriore consumo del territorio. MPS? Via la politica dalla Banca, no alle esternalizzazioni. La Fondazione? Necessario un nuovo statuto e nomine  dettate dalla competenza e non dall’appartenenza. Il turismo? E’ il volano dello sviluppo e va in tutti i modi sostenuto. La cultura? E’ il principale patrimonio della Città, va rilanciata a partire dal Santa Maria della Scala. La città come deve essere? “Smart”, ovviamente. E l’amministrazione? Trasparente e sobria, inevitabilmente. Il buon cittadino/elettore rischia di smarrirsi in questo labirinto di programmi fotocopia e di buoni propositi per il futuro, ma noi vogliamo offrirgli una chiave di lettura. I programmi sembrano tutti uguali, ma tra i candidati che dovrebbero attuarli qualche differenza è evidente e non è di poco conto. Lo spartiacque a mio parere almeno per questa volta, dopo tutto quello che è successo, è tra coloro che trovano giustificazioni più o meno plausibili ai disastri che hanno devastato la Città e chi invece afferma categoricamente che dopo l’evidente fallimento tutta una classe dirigente deve essere sostituita. La distinzione è tra coloro che vorrebbero guardare solo al futuro autoassolvendosi per il passato e chi invece pretende che prima di andare oltre siano accertate ed eventualmente perseguite le responsabilità. Bisogna infine valutare con attenzione quali sono i compagni di viaggio dei candidati, tutte persone sicuramente per bene per carità, ma inviterei a diffidare di chi vuole discontinuare tutto perché niente cambi, di chi ora le spara grosse, ma per un anno è stato un bravo soldatino e di chi si nasconde dietro ad un civismo dell’ultima ora dopo aver tratto per anni vantaggio dal malgoverno o aver fatto una compiacente opposizione fino a pochi mesi fa. E’ tempo che i cittadini, dopo essersi cullati troppo a lungo nell’illusione del quieto e agiato vivere, si facciano carico della responsabilità del loro futuro senza più delegarla ai soliti noti, pronti a ricominciare come se niente fosse.
Enrico Tucci